I miracoli di Santa Caterina da Siena

29 Aprile 2019
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Religiosa, teologa, filosofa e mistica italiana, dichiarata dottore della Chiesa da Papa Paolo VI, Santa Caterina da Siena è patrona d’Italia insieme a San Francesco d’Assisi e compatrona de’Europa.

VITA

Alla tenera età di sei anni le appare Gesù vestito da Sommo Pontefice, con tre corone sul capo e un manto rosso, affiancato da San Pietro, San Giovanni e San Paolo.
A soli sette anni fa voto di verginità e trascorre l’infanzia tra preghiere, penitenze e digiuni, intraprendendo la via della perfezione cristiana. A fronte di ciò, si trova a combattere con i genitori, i quali al compimento del dodicesimo anno di età vogliono concludere un matrimonio vantaggioso per la figlia. Caterina si oppone e viene messa in quarantena dalla stessa famiglia.
Ma un giorno il padre la trova assorta in preghiera con una colomba che aleggia sopra di lei; a tale vista si rende conto che l’atteggiamento della figlia non proviene da umana leggerezza e da ordine che nessuno più la ostacoli nel suo desiderio di darsi completamente al Signore.

A sedici anni fa richiesta per entrare tra le Terziarie domenicane di Siena note col nome di “Mantellate” a causa del mantello nero che copre la veste bianca, ma viene in principio rifiutata perché le sorelle non ammettevano le giovani vergine all’abito, bensì donne vedove e di età avanzata. La povera Caterina si ammala gravemente: le febbri altissime e le pustole le sfigurano il volto, tanto da farla sembrare più anziana e meno graziosa, ma proprio da questa malattia inizia la sua nuova vita: la madre si reca nuovamente dalla priora insistendo sul fatto che Caterina sarebbe morta se non l’avessero ammessa nella loro confraternita. Accertate le condizioni della giovane e in vista dei suoi lineamenti sfigurati e dell’ardore del suo desiderio di ricevere l’abito, Caterina viene accettata a pieni voti e ciò contribuisce alla guarigione dalla malattia, entrando nello stesso anno a far parte dell’Ordine delle Mantellate con l’emissione dei voti di obbedienza, povertà e castità. Nonostante sia analfabeta, si avvicina alle Letture Sacre: riceve dal Signore il dono di saper leggere imparando anche a scrivere, anche se spesso usa il metodo della dettatura.

Durante una visione, che rimarrà sempre presente alla mente e al cuore di S. Caterina, la Beata Vergine la presenta a Gesù, il quale le dona uno splendido anello, dicendole “Io, tuo Creatore e Salvatore, ti prendo in sposa; fiducioso che ti manterrai pura finché celebrerai le tue nozze eterne con Me, in Paradiso”. L’anello è visibile a lei sola.
In questo episodio straordinario possiamo vedere il cuore del senso religioso di Caterina, e di tutta la spiritualità autentica: il Cristocentrismo. Per lei, Cristo è come lo sposo, con cui sussiste una relazione di intimità, comunione e fedeltà; Lui è il prediletto, che lei ama sopra ogni cosa. Questa profonda unione con il Signore è illustrata da un altro episodio nella vita di questa straordinaria mistica: lo scambio dei cuori. Secondo quanto attestato da Raimondo di Capua, che ci ha trasmesso le rivelazioni di Caterina, il Signore Gesù le appare “tenendo nelle Sue sante mani un cuore umano, di un rosso vivo, luccicante”. Le apre il costato e le pone all’interno il cuore, dicendo “Carissima figlia, dopo averti portato via il cuore l’altro giorno, ora, vedi, ti sto donando il Mio, sicché tu possa continuare a vivere con questo, per sempre. Caterina ha davvero vissuto le parole di S. Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”(Gal 2, 20).

Si mette a disposizione del prossimo con un’intensa attività caritatevole nei confronti dei più poveri, degli ammalati, dei carcerati, soffrendo per il mondo in balia del peccato: l’intera Europa è persa da guerre, pestilenze e carestie, l’Italia dilaniata dalle lotte intestine; il regno di Napoli travolto dall’incostanza e dalla lussuria della regina Giovanna; Gerusalemme in mano agli infedeli, e i turchi che avanzano in Anatolia mentre i cristiani si facevano guerra tra loro.

Ritiene che assistere gli ammalati e i poveri, che impersonavano Cristo sofferente, sia il modo per trovare il Signore. Sono ricordati diversi episodi di carità verso i poveri (come dei vestiti dati ai più bisognosi o un mantello donato ad un povero pellegrino) e verso gli infermi (come Cecca la lebbrosa, che assiste e cura con amore, anche se si narra che ella ricambia la sua assistenza con percosse e insulti). Caterina è attiva soprattutto presso l’ospedale di Santa Maria della Scala dove vengono accolti moltissimi pazienti affidati alle modeste cure mediche del tempo e alla pietosa assistenza dei parenti e di qualche volontario. Malati che nessuno assiste perché non hanno parenti, o perché afflitti da malattie contagiose. Caterina si dedica ad assistere in particolare questi ultimi, attività che dura per mesi, specialmente in tempo di epidemie, allora molto frequenti e micidiali e il suo esempio comincia ad essere imitato da altre Mantellate della sua fraternità.

Nell’ottobre del 1370 i fratelli della santa si trasferiscono a Firenze e rimane con lei solo la madre. Da allora Caterina inizia ad essere accompagnata dalla “Bella brigata”, un gruppo di uomini e donne che la seguono, la sorvegliano nelle sue lunghe estasi, l’aiutano in ogni modo nelle attività caritative e anche nella corrispondenza con gente di ogni parte, affrontando problemi e temi sia di vita religiosa che di vita sociale di ogni classe, ma anche problemi morali e politici che interessavano tutta la Chiesa, l’impero, i regni e gli Stati dell’Europa trecentesca.

Incomincia agli inizi del 1376 la corrispondenza con il Papa, da lei definito il “dolce Cristo in terra”. In un anno furono ben dieci le missive da lei dirette al Pontefice. In esse vengono toccati tutti i temi riguardanti la riforma della Chiesa, a cominciare dai suoi pastori, insistendo sul ritorno del papa alla sua sede propria che è Roma, sulla pacificazione dell’Italia e la riforma della Chiesa.
Passato il periodo della peste a Siena, nel quale non sottrae la sua attenta assistenza, il 1° aprile del 1375, nella chiesa di Santa Cristina, riceve le stimmate incruente. In quello stesso anno cerca di dissuadere i capi delle città di Pisa e Lucca dall’aderire alla Lega antipapale promossa da Firenze, in urto con i legati pontifici, che avrebbero dovuto preparare il ritorno del Papa a Roma.

L’anno seguente parte per Avignone, dove giunge il 18 giugno per incontrare Gregorio XI (1330–1378), il quale, persuaso dall’intrepida Caterina, rientra nella città di san Pietro il 17 gennaio 1377. L’anno successivo muore il Pontefice e gli succede Urbano VI (1318–1389), ma una parte del collegio cardinalizio preferisce Roberto di Ginevra, che assunme il nome di Clemente VII (1342– 1394, antipapa), dando inizio al grande scisma d’Occidente, durato un quarantennio, risolto al Concilio di Costanza (1414-1418) con le dimissioni di Gregorio XII (1326–1417), che precedentemente aveva legittimato il Concilio stesso, e l’elezione di Martino V (1368–1431), nonché con le scomuniche degli antipapi di Avignone (Benedetto XIII, 1328–1423) e di Pisa (Giovanni XXIII, 1370–1419).

Durante gli ultimi giorni della sua vita ci furono continue visite dei figli spirituali e a ciascuno di essi, dopo le comuni raccomandazioni, comunicava ciò che dovevano fare successivamente nella vita.
La mattina della domenica dopo l’Ascensione, il 29 aprile 1380, prima dell’alba, fu notato in lei un grande mutamento, che fece pensare all’avvicinarsi della sua ultima ora: i suo respiro diventò così fievole che fu deciso di darle l’Unzione degli infermi. Durante le sue estreme ore più volte chiamò “Sangue! Sangue!”. E dolcemente disse ancora: “Padre, nelle tue mani raccomando l’anima e lo spirito mio”. Morì poco prima di mezzogiorno, in quella domenica, 29 aprile, del 1380.

MIRACOLI

Uno dei miracoli riconosciuti dalla Chiesa Cattolica risale all’ottobre del 1376, quando, in ritorno dalla corte papale di Avignone, passò a Varazze (località del savonese), curiosa di conoscere i luoghi che avevano dato i natali al beato Jacopo da Varagine. Caterina ebbe però una spiacevole sorpresa: la cittadina si presentava malridotta e abbandonata a causa della peste che aveva decimato la popolazione. Pregò intensamente per gli abitanti di Varazze affinché finisse il loro dolore e i cittadini furono liberati dal flagello. In cambio del prodigio la santa chiese ai varazzini di onorare il loro illustre concittadino, dedicando una cappella a suo nome e alla Santissima Trinità. In ricordo di quell’episodio miracoloso, Varazze eresse la santa di Siena a propria patrona dedicandole ogni anno, il 30 aprile, una delle processioni più famose d’Italia (seguita da un corteo storico che ne ripercorre le gesta).

Caterina non si tirava certo indietro in quella che era ormai divenuta la sua missione. Tommaso Caffarini rese questa testimonianza: «Mi accorsi dei numerosi peccatori ricondotti da lei alla penitenza, fra essi alcuni che per quaranta anni non si erano confessati». Maior fra Raimondo ricorda un’indemoniata guarita da Caterina e aggiunge che «Come questa furono guariti anche molti altri».
Secondo un’altra testimonianza, di un frate, Francesco Malevolti, capitato alla Rocca proprio in quel tempo, accadde un giorno questo episodio: un gruppo di uomini aveva portato alla Rocca un poveretto urlante e gemente legato con grosse funi sulla groppa di una cavalla. Lo scaricarono nel cortile del castello, lasciandolo però tutto legato e standogli a una certa distanza.

Caterina, scesa in cortile con la contessa Salimbeni, si prese dal malcapitato tutta una serie di urlacci e d’insulti gridati a gran voce. Lei ordinò a chi lo aveva portato fin lì di scioglierlo «E non lo torturino a quel modo». Anzi, gli andò vicino e disse, alzando la voce in tono di comando: «In nome di Gesù Cristo, scioglietelo». E quello diventò subito mansueto e si distese per terra ai piedi di Caterina. Quando fu slegato, era pressoché svenuto e Caterina ordinò: «Adesso alzatelo, portatelo dentro e dategli qualcosa da mangiare, ormai ha solo una grande debolezza». Così fu fatto. Il poveretto, tornato in sé, era meravigliatissimo di trovarsi in quel luogo, tra quella gente. Non ricordava né di aver dato in escandescenze, né di essere stato legato. Era perfettamente guarito, insomma. Come, dopo di lui, molti altri. E di queste guarigioni si parlò a lungo in tutta la valle.

Caterina voleva andare a portare la pace anche tra questi fratelli, appena si diffondeva la notizia del suo arrivo, intere folle accorrevano. Raimondo da Capua, suo confessore, che era presente scrisse poi: «Ho visto migliaia di uomini e di donne scendere frettolosi dalle cime delle montagne, accorrere dalle terre circostanti, quasi rispondessero al suono di una tromba misteriosa. Venivano per vederla, non pretendevano che parlasse, bastava la sua presenza per convertire le anime e muoverle a contrizione. Tutti piangevano i propri peccati e si accostavano al sacramento della confessione. Io fui testimone della sincerità del loro pentimento ed è evidente che una grazia straordinaria operava nei loro cuori.

A trent’anni aveva imparato a leggere i Salmi ed ecco il miracolo come testimonia fra Raimondo da Capua. L’episodio è raccontato dal suo confessore nella legenda Maior. Caterina gli aveva riferito che aveva avuto il dono di saper scrivere dopo un’estasi. «Così, dormendo, cominciai a scrivere»

Era in grado di fare incredibili digiuni in grado di fare incredibili digiuni e una volta si astenne dal cibo per cinquantacinque giorni, in preparazione spirituale di una festa religiosa. Quando cadeva in una delle sue estasi, si estraniava nella preghiera, non sentiva più nulla, era come se uscisse dal corpo che poteva essere malmenato, punzecchiato e persino preso a calci. Lei non se ne accorgeva. Capitò che addirittura la scaraventassero fuori dalla chiesa, su un ammasso di pietre.

Nel 1374 a Siena scoppiò la peste bubbonica, il flagello della malattia aveva trasformato la sua casa in un lazzaretto. Caterina accorreva in ogni dove, di giorno e di notte pronta a ogni richiamo. Anche fra Raimondo da Capua ne è contagiato. Lui stesso più tardi racconta gli avvenimenti. Descrive i sintomi della malattia, poi la corsa disperata, sorretto da un altro frate fino alla casa di Caterina. Ma lei non c’è, il poveretto in preda alla febbre e al delirio si accascia sul pavimento ormai certo che morirà. Caterina rientra, vede il suo confessore in quello stato, si butta in ginocchio e prega. È convinta che solo in quel modo possa aiutarlo. Miracolosamente fra Raimondo guarisce e in seguito raccontò che aveva avuto la sensazione di sentirsi strappare via dal corpo il bubbone e il male.
Qualche giorno dopo, un altro domenicano, fra Matteo, rettore dell’Ospedale della Misericordia, ha la stessa esperienza. Ha contratto la peste, è in fin di vita, steso su un giaciglio con le membra scosse dall’altissima febbre e con il bubbone al petto. Caterina va in suo soccorso, con fede prega il Signore per la guarigione. E fra Matteo si alza guarito e va a portare soccorso agli altri appestati.

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