Il più celebre e sublime Inno all’Amore: l’Inno alla carità di San Paolo

25 Aprile 2019
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Carità è il termine religioso per dire amore. Questo dunque è un inno all’amore, forse il più celebre e sublime che sia mai stato scritto.
Quando apparve sulla scena del mondo il cristianesimo, l’amore aveva avuto già diversi cantori. Il più illustre era stato Platone che aveva scritto su di esso un intero trattato. Il nome comune dell’amore era allora eros (da cui il nostro erotico ed erotismo). Il cristianesimo sentì che questo amore passionale di ricerca e di desiderio non bastava a esprimere la novità del concetto biblico. Perciò evitò del tutto il termine eros e ad esso sostituì quello di agape, che si dovrebbe tradurre con dilezione o con carità, se questo termine non avesse acquistato ormai un senso troppo ristretto (fare la carità, opere di carità).

La differenza principale tra i due amori è questa. L’amore di desiderio, o erotico, è esclusivo; si consuma tra due persone; l’intromissione di una terza persona significherebbe la sua fine, il tradimento. A volte perfino l’arrivo di un figlio riesce a mettere in crisi questo tipo di amore. L’amore di donazione, o agape, al contrario, abbraccia tutti, non può escludere nessuno, neppure il nemico. La formula classica del primo amore è quella che sentiamo sulle labbra di Violetta nella Traviata di Verdi: “Amami Alfredo, amami quant’io t’amo”. La formula classica della carità è quella di Gesù che dice: “Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri”. Questo è un amore fatto per circolare, per espandersi. Un’altra differenza è questa. L’amore erotico, nella forma più tipica che è l’innamoramento, per sua natura non dura a lungo, o dura soltanto cambiando oggetto, cioè innamorandosi successivamente di diverse persone. Della carità invece S. Paolo dice che “rimane”, anzi è l’unica cosa che rimane in eterno, anche dopo che saranno cessate la fede e la speranza.


Tra i due amori però – quello di ricerca e quello di donazione –, non c’è separazione netta e contrapposizione, ma piuttosto sviluppo, crescita. Il primo, l’eros, è per noi il punto di partenza, il secondo, la carità, il punto di arrivo. Tra i due c’è tutto lo spazio per una educazione all’amore e una crescita in esso. Prendiamo il caso più comune che è l’amore di coppia. Nell’amore tra due sposi, all’inizio prevarrà l’eros, l’attrattiva, il desiderio reciproco, la conquista dell’altro, e quindi un certo egoismo. Se questo amore non si sforza di arricchirsi, cammin facendo, di una dimensione nuova, fatta di gratuità, di tenerezza reciproca, di capacità di dimenticarsi per l’altro e proiettarsi nei figli, tutti sappiamo come andrà a finire.
Il messaggio di Paolo è di grande attualità. Tutto il mondo dello spettacolo e della pubblicità sembra impegnato oggi a inculcare ai giovani che l’amore si riduce all’eros e l’eros al sesso. Che la vita è un idillio continuo, in un mondo dove tutto è bello, giovane, sano; dove non c’è vecchiaia, malattia, e tutti possono spendere quanto vogliono. Ma questa è una colossale menzogna che genera attese sproporzionate, che, deluse, provocano frustrazione, ribellione contro la famiglia e la società, e aprono spesso la porta al crimine. La parola di Dio ci aiuta a far sì che non si spenga del tutto nella gente il senso critico di fronte a quello che quotidianamente le viene propinato.

[Testo di padre Raniero Cantalamessa]

L’inno alla carità (1Corinzi 13,1-13)
Paolo compone il più bel trattato dell’amore del N.T.: l’inno alla carità. Con la forza dolce della sua prosa, l’apostolo mette in luce il primato della carità sulle virtù umane e cristiane (vv 1-3): cultura e doti mistiche; gli stessi tre doni, come la profezia, la scienza, la fede che trasporta anche le montagne; perfino lo spogliarsi dei propri beni e l’eroismo di chi sacrifica la vita del corpo; tutto ciò, senza la carità, è decisamente vuoto, rimbombo, vano spettacolo. L’inno è simile a un fiore i cui petali sono altrettante qualità dell’amore: magnanimità, bontà, umiltà, disinteresse, generosità, rispetto, benignità, perdono, giustizia, verità, tolleranza, costanza… E il corteo delle virtù che accompagnano l’amore.

1Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,
ma non avessi la carità,
sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.


2E se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza,
e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne,
ma non avessi la carità,
non sono nulla.


3E se anche distribuissi tutte le mie sostanze
e dessi il mio corpo per esser bruciato,
ma non avessi la carità,
niente mi giova.


4La carità è paziente,
è benigna la carità;

non è invidiosa la carità, non si vanta,
non si gonfia,


5non manca di rispetto,
non cerca il suo interesse, non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,


6non gode dell’ingiustizia,
ma si compiace della verità.


7Tutto copre, tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta.


8La carità non avrà mai fine.

Le profezie scompariranno;
il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.


9La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia.

10Ma quando verrà ciò che è perfetto,
quello che è imperfetto scomparirà.


11Quand’ero bambino, parlavo da bambino,
pensavo da bambino, ragionavo da bambino.
Ma, divenuto uomo,
ciò che era da bambino l’ho abbandonato.


12Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa;
ma allora vedremo a faccia a faccia.
Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente,
come anch’io sono conosciuto.


13Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità;

ma di tutte più grande è la carità!

Ubi caritas est vera, Deus ibi est.

“Dio è amore”
e “chiunque ama
è nato da Dio e conosce Dio”

[Testo di Enzo Petrolino, diacono della Cattedrale di Reggio Calabria]

Ed ecco il celebre inno all’amore
E’ una delle pagine più celebri della Bibbia. Il tema, nella traduzione che sentiremo leggere è chiamato carità, ma poiché il termine rischia di essere inteso come la semplice elemosina, converrà sostituirlo con il termine amore. Si intende, l’amore nella sua forma più elevata: non quello che si consuma in un rapporto a due, basato sul sesso e così spesso venato di egoismo in quanto sfrutta l’altra persona per la propria soddisfazione; ma l’amore aperto a tutti, basato sul dono: del proprio tempo, della propria sensibilità, delle proprie risorse intellettuali e materiali; insomma, il dono di sé.

In proposito, l’apostolo Paolo compone per i cristiani di Corinto un inno immortale, che si può suddividere in tre parti. Nella prima, riassumendo si afferma la superiorità dell’amore su ogni altra qualità: “Se parlassi tutte le lingue, se conoscessi il futuro e tutti i misteri e tutte le scienze, persino se avessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non varrei nulla. Anche se regalassi tutti i miei beni, persino se fossi disposto a sacrificare la mia vita, ma lo facessi per potermene vantare e non per amore, non mi servirebbe a nulla”.

Nella parte centrale dell’inno si enumerano le caratteristiche dell’amore. “Chi ama è paziente e premuroso. Chi ama non è geloso, non si vanta, non si gonfia di orgoglio. Chi ama è rispettoso, non va in cerca del proprio interesse, non conosce la collera, dimentica i torti. Chi ama rifiuta l’ingiustizia: la verità è la sua gioia. Chi ama, tutto scusa, di tutti ha fiducia, tutto sopporta, non perde mai la speranza”.
La terza parte dimostra la superiorità dell’amore, in quanto nella vita presente esso vale, associato ad altre qualità, ma è l’unico a valere anche per la vita eterna.

“L’amore non avrà mai fine. Tutto, di questo mondo, scomparirà; adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio [di quelli di allora: una lamina di metallo lucidata]; nel mondo venturo vedremo [Dio, somma verità e sapienza] faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora solo tre cose contano: la fede, la speranza e l’amore. Ma la più grande di tutte è l’amore!”

Questo inno celeberrimo spiega tutta l’impostazione cristiana della vita; ma presenta una valenza anche fuori dall’ambito religioso, come dimostrano le tante creazioni (letterarie, cinematografiche, musicali) che vi si sono ispirate, e le tante citazioni, anche in contesti inattesi. Ne è esempio il discorso inaugurale della sua prima presidenza, pronunciato da Barack Obama il 20 gennaio 2009. L’inno, a un certo punto, dice: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, ragionavo da bambino; divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino”; il Presidente, a un certo punto, ha detto: “Noi siamo una nazione giovane; ma, seguendo la Scrittura, è giunto il tempo di mettere da parte le cose da bambini”.
Noi, questa domenica 3 febbraio, possiamo stabilire un collegamento tra la stupenda pagina paolina e il vangelo ricordato. L’amore dell’inno ha in Cristo il suo inventore e la perfetta realizzazione: forse chi lo rifiuta cambierebbe idea, se cercasse di vivere l’amore imitando lui, perché comprenderebbe, dell’amore e dunque di Cristo, il volto più bello.

[Omelia di mons. Roberto Brunelli]

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